Associazione Culturale Alessandro Mammucari

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La Storia


Ripercorrendo a ritroso il percorso fatto e che oggi ci vede vivere insieme questo momento di presentazione, si possono ritrovare diversi tentativi inerenti la volontà e la necessità di ricordare Alessandro, amico comune, con cui si è condiviso un periodo importante della vita.
Sin dall’inizio, durante i primi anni trascorsi dalla sua morte, alcuni di noi si sono chiesti cosa poter fare e come concretizzare qualcosa che avesse a che fare con Alessandro, evidenziando in particolar modo il rapporto con lui vissuto.
Sentivamo e sentiamo Alessandro un’espressione particolare della nostra città e quindi, come tale, ritenevamo giusto ricordarlo. Ciò è stato fatto in modo ufficiale, ad esempio, in occasione della presentazione del libro che Alfredo Zirondoli ha scritto su di lui. In un’altra occasione ci siamo ritrovati proprio in questa sala per il decimo anniversario della sua morte. Inoltre durante questi anni si era anche pensato d’istituire un premio intitolato a lui e da riconoscere nella città a chi si fosse distinto nell’ambito sociale in opere ed iniziative degne di nota.
La buona volontà e gli sforzi profusi non avevano fino ad oggi realizzato nulla di fattivo.
Nell’estate del 2002 girando ancora intorno alla cosa, alcuni di noi hanno pensato di dar vita ad un’associazione culturale. Tale associazione intendeva raccogliere l’eredità lasciataci da Alessandro che con il suo essere, le sue scelte, il suo delicato amore, ha dato la vita per Latina.

Un’associazione culturale che potesse guardare la nostra terra, la nostra città, con uno sguardo particolare, un’ottica di osservazione da proporre accanto a quelle già presenti per supportare le diverse realtà sociali che compongono Latina alla luce della “cultura del dare.”

Subito ci siamo trovati davanti uno scenario complesso, che necessitava riflessioni comuni, ed un pensiero che di conseguenza avesse all’interno ed all’esterno del suo esistere un cambiamento paradigmatico.

La parola cultura è per sua natura un vero e proprio camaleonte concettuale, può significare tutto ciò che, non essendo naturalmente innato, deve essere appreso e acquisito, può significare gli usi e i valori, le credenze di un’etnia o di una nazione, può significare tutto ciò che producono gli umani, la letteratura, l’arte, la filosofia e così via.

Inoltre il termine cultura nella moderna antropologia ed etnologia è coniugato al plurale: culture e ciò perché è riferito alle caratteristiche tipiche di ciascun popolo, alla sua personalità “comunitaria”, allo stile proprio con cui i popoli affrontano gli aspetti dell’esistenza. Dal lavoro ai divertimenti, dalla vita sessuale all’alimentazione, dall’arte in tutte le sue espressioni all’organizzazione della società, dal modo di affrontare la morte al rapporto con gli antenati o fra generazioni, dai tipi d’esperienze religiose che li hanno segnati alla scala di valori e preferenze con cui si muovono e così via.
Quale, allora ci siamo chiesti, il filo da seguire che desse valore alla proposta? Qual è il tipo umano che decide di vivere scegliendo una cultura che è quella del dare?
Alessandro ci aiuta in ciò, fa come da cerniera: tutti quelli che lo hanno conosciuto, e questa sera ci scopriamo in molti, e con lui hanno avuto un rapporto, possono ritrovare nella sua persona, nel suo vivere, incarnati i principi che sono alla base della “cultura del dare”.
Raccogliere così la sua eredità ha significato per noi impegnarsi nel preparare la strada ad un tipo di uomo capace di donare se stesso e di costruire rapporti positivi con gli altri.
La frase presa dal diario di Alessandro: “nell’anima c’è la certezza e la gioia di un disegno che va delineandosi per questa città, per questa gioventù e che ci vede coinvolti in una continua attenzione tua nei nostri confronti” evidenzia qual era l’amore di Alessandro per Latina, come l’ha sempre sentita sua, come questo suo amore per la città fosse concreto e vissuto attraverso un intreccio di rapporti personali curati, attenti, delicati, capaci di accorgersi delle reali esigenze dell’altro e come tutto ciò in lui avesse il timbro della gratuità e della gioia. In molti oggi sono d’accordo nell’affermare che, quando concretamente non riusciva a risolvere difficoltà, esigenze dell’altro, si coglieva lo stesso, nel rapporto con lui vissuto, il suo donarsi a te, una positività particolare che caratterizzava dialogo, incontro, vita vissuta.

Lontano da Latina, provato da una malattia terribile, confida ad un amico che vuole donare la sua vita per la città: ancora una volta fa con semplicità, senza proclami ed in modo gratuito qualcosa che lascia un segno indelebile nella vita di molti.

Allora possiamo individuare un primo tratto fondante che caratterizza l’uomo e la donna che decidono per questo modello culturale: realizzano pienamente il proprio essere, la propria personalità “facendo essere l’altro”. Vi è un modo di ascoltare, di donarsi reciprocamente, di “farsi vuoto” con intelligenza e senza passività davanti agli altri, di interessarsi ad essi, di identificarsi con gli interlocutori, di essere ascoltati da loro e accoglierli in sé, di fare di due persone comunità, di due culture una cosa sola senza perdere anzi potenziando le rispettive identità.
Riconoscersi per la comune umanità garantisce quella reciprocità che ci fa uno. Un rapporto così vissuto illumina le diversità di ogni identità che diventano così realtà da poter donare scambievolmente.
La cultura del dare si propone tra quell’arco di modelli culturali che vanno da quello individualista del possesso a quello collettivista dell’appiattimento.
Quest’attenzione/tensione all’altro matura, nel vivere sociale, l’idea di somiglianza universale. Egocentrismo, etnocentrismo e sociocentrismo fanno i conti con la scoperta vissuta, e non solo pensata, che ha senso mettersi al posto degli altri, soffrendo delle loro sofferenze e gioendo delle loro gioie.
Parole come Donna, Uomo, Essere, Nascere, Avere genitori, Esistere, Morire, Giovane, Vecchio, Amico, acquistano il loro senso vitale solo quando le concepiamo attraverso un vissuto ”privato”, altrimenti rimandano a categorie socioculturali. Portare l’altro in sé non garantisce certo invulnerabilità ma il non vedere l’altro al di fuori di sé permette all’intelligenza di muovere il pensiero verso una realtà che si potrebbe esprimere con la frase “aprirci alle nostre vite”.
La cultura del dare può permettere all’uomo e alla donna che la vivono di stare nella situazione di affrontare i problemi del pensare e del sentire come problemi personalmente vissuti, non solamente come problemi di studio.

Durante l’elaborazione di tutto il percorso fin qui svolto (manifesto, statuto e quant’altro) abbiamo discusso moltissimo e come da normalità venivano fuori le nostre diverse formazioni ed educazioni legate alle nostre rispettive tradizioni non solo per convenzione ma anche per convinzione. Mi sono così trovato ad un bivio quando sono venute fuori le immancabili divergenze:
- mettere in pratica subito quello per cui stavo lavorando… “cultura del dare”;
- rimanere fermamente convinto del mio pensare.
Sceglievo la prima strada, tutta da costruire per me nell’atto del pensare, e soprattutto da costruire insieme agli altri e per gli altri.

Di seguito alcune riflessioni iniziali che mi sono appuntate strada facendo:

“Se tutto era realmente mosso dall’amore per la città ciò si doveva concretamente realizzare da subito, donando all’altro quello che avevo pensato ed elaborato…”.

“… tutto ciò è per me realmente una sfida, la cultura del dare deve essere per me sperimentabile, visibile, altrimenti tutto risulterebbe inutile…”.

“la realtà di pienezza che in alcuni momenti abbiamo sperimentato, nel pensare comune, durante la stesura del manifesto ha preso una forma precisa e specifica, forma che ha coinvolto le nostre facoltà umane, facoltà umane molto più larghe della sola mente razionale. Questo tentativo è proprio un tentativo di abituarmi educandomi, nel cogliere il nesso tra vita e pensiero”.

Con il tempo e con l’intensificarsi delle opportunità d’incontro, di frequenza reciproca e di conoscenza, cioè di vissuto vero la relazione è diventata sempre meno astratta con Vittorio, Claudio, Sergio, Roberto, Marcello, Ugo, Alfredo, Roberto.

Sempre dagli appunti personali:

“… ho sperimentato che nella reciprocità del donarsi vicendevole (nel nostro caso pensieri, intuizioni, serie di valori, scelte di vita eccetera) la divergenza espressa per amore, non diminuiva lo spessore del documento da stendere, ma anzi lo informava di qualcosa di più…”.

“… sorprendente, nuovo, altro, quello che sto vivendo, normalmente nelle discussioni di lavoro (a scuola o nei gruppi di lavoro da me frequentati) non era mai accaduto. Non avvertivo nessuna necessità apologetica perché il pensare era un atto per l’altro: ascoltando Sergio in modo profondo l’accoglievo in me… In questo pensare-vivere si trasforma la percezione della differenza che acquista così una rilevanza ermeneutica notevole. La differenza non è più semplicemente fra me Remo, proveniente da un percorso e da un’esperienza distinta da quella di Sergio, Roberto, Vittorio e gli altri componenti il gruppo, l’altro non è più fuori di me ma è l’altro in me. La differenza non era più tra di noi ma è in me ed in ognuno degli altri. Quando Sergio mi faceva delle domande per capire meglio le mie tesi lo faceva in fondo per capire meglio se stesso per capire l’unità della quale partecipavamo entrambi…”.

“… provare ad aprirmi alla mente dell’altro, non per possederlo o superarlo, non nel timore o nell’ammirazione, ma per vivere la reciprocità. In questo libero scambio (cultura del dare) tutto è libero dall’invidia; il pensiero, l’idea giusta, non erano né di Sergio né di Remo, non esisteva un proprietario anche se se ne identificava l’autore…”.

I più grandi pensatori di oggi affermano che nessuno può arrivare ad avere una conoscenza che comprenda tutta la realtà: questo avvalora l’altro perché la verità dell’altro completa la verità altrui. La natura sociale dell’uomo ha delle conseguenze enormi anche a livello della conoscenza, del pensare, della cultura.

Detto ciò non vogliamo offrire realizzazioni attraverso ricette tecniche ma uno stile di rapporti, una scala di priorità e di motivazioni ideali, ma allo stesso tempo, ci rendiamo conto che per mettere in pratica tali criteri è necessaria un’analisi oggettiva della realtà, formulare progetti concreti, prendere misure sociali, politiche ed economiche che anche quando vanno in una direzione corretta hanno sempre un margine di opinabilità.

Andrei Tarkovski, famosissimo regista cinematografico, meditando una frase del Vangelo enuncia in modo ammirevole ciò che sta alla base di ogni dono:

“Ama il prossimo tuo come te stesso”, “… ossia ama te stesso a tal punto da rispettare in te stesso quel principio soprannaturale, divino, che non ti permetterà di rinchiuderti nei tuoi interessi particolari, dettati dall’avidità e dall’egoismo, e t’imporrà di donarti all’altro senza sofismi e senza ragionamenti, ma amandolo”.

Durante quest’anno e mezzo di studio e approfondimenti comuni, su un testo ho potuto leggere questa frase che più volte mi ha spronato nel continuare il compito intrapreso, ve la riporto: “I sogni, mentre sogniamo da soli, sono soltanto sogni, ma quando li sogniamo insieme sono l’inizio della realtà”.


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